L’allergia al cane nero

Non solo le fobie, ma anche certe risposte immunitarie (allergie) possono derivare da choc non del tutto integrati.

11 Ott 2025

Quasi per caso, mi accorgo che un ragazzo della mia cerchia famigliare soffre di una allergia al pelo dei cani, che gli procura improvviso gonfiore e prurito agli occhi, con forte lacrimazione; ma c’è qualcosa di davvero singolare: succede quasi solo con i cani di colore nero! Incuriosita, gli chiedo se vuole provare a vedere cosa ci sia dietro, e accetta volentieri di sottoporsi al trattamento con il FastReset®.

Gli spiego che l’allergia è una iper-attivazione del sistema immunitario contro una sostanza che per la maggior parte delle persone è innocua, cioè non è necessariamente tossica o irritante di per sé. La sostanza incriminata potrebbe, in qualche caso, non rappresentare il (vero) problema, ma è talvolta una sorta di metafora che indica come minaccia qualcosa che assomigliava a un elemento presente nell’ambiente nel momento è subentrato uno stato conflittuale o traumatico. In altre parole, la sostanza a cui siamo allergici può essere vista come una specie di “avatar” della persona o circostanza che ha prodotto quel certo conflitto o trauma, perché questo conflitto non può essere dichiarato e combattuto a chiare lettere.

Abbiamo bisogno di alcuni dati per procedere, perciò gli domando quando è stata la prima volta che si è accorto di avere questo problema. Fu intorno agli otto anni: in seguito alla separazione dei genitori, a weekend alternati stava con il padre ma, poiché quest’ultimo finiva di lavorare molto tardi, veniva a volte lasciato da una amica di famiglia a trascorrere la notte. Questa persona, peraltro molto simpatica e amichevole, aveva proprio un cane nero. Quando stava a casa di questa amica del padre manifestava gli stessi sintomi da me osservati, mai avuti prima per altri animali.

Chiedo al ragazzo di riferirmi i suoi sentimenti di quel periodo, in particolare come si sentisse rispetto al fatto che, anziché trascorrere del tempo con il padre, come si aspettava, fosse invece lasciato a casa di una persona estranea. Da un lato, la “brutta sorpresa” – il dato sconcertante che inizia l’accensione del cervello emotivo, e da cui cerchiamo sempre di cominciare per poterlo meglio decondizionare – è che il ragazzo fosse all’epoca “per forza” mandato dal padre, benché quest’ultimo non sembrasse molto disponibile nei suoi riguardi. L’altro motivo di spiazzamento erano le ragioni e le considerazioni che il padre adduceva riguardo alla separazione, del tutto differenti rispetto a quanto gli veniva trasmesso dalla madre.

Il trattamento

Costruiamo insieme una frase che esprime il momento iniziale di sconcerto per quanto si trovava a vivere in quei momenti: “La mia sorpresa, perché papà mi lascia dalla sua amica anziché tenermi con sé, mi vuole proteggere dal senso di costrizione, dal cambiamento non voluto, dal tradimento della mia aspettativa, da inganno, ignoranza, impotenza, incertezza, punizione, rifiuto, esclusione, abbandono, ingiustizia, curiosità e da una situazione imprevista, inevitabile, su cui non ho potere, nuova, ambigua e sleale”. Dopo uno spostamento dell’attenzione sulle mani per qualche secondo, rivalutiamo le sue sensazioni in riferimento a quella situazione. Ora non c’è più sorpresa, ma un po’ di rabbia. Cercando le eventuali generalizzazioni, cioè le “estensioni” della reazione di sconcerto, gli domando che cosa, in particolare, ritornando a quel momento, gli susciti rabbia: è il fatto che il padre fa sempre così.

Formuliamo allora una nuova frase: “Lo sconcerto e la rabbia che provo, perché lui fa sempre così, mi vuole proteggere dalla trappola, dall’inganno, dall’ignoranza, dalla manipolazione e da una situazione incomprensibile, inevitabile, irrazionale, ingiusta, sbagliata e sleale”. Al termine dell’esercizio commenta: “Ora mi sento meglio. La situazione non va bene, ma l’accetto così com’è, ormai me la aspetto”.

Sembra intervenuta una forma di rassegnazione, per la quale propongo una frase di integrazione: “La mia rassegnazione, perché tanto sarà sempre così, vuole che io prenda atto delle cose come stanno, anche se sono diverse da come le avrei volute, e non ho modo di cambiarle; vuole anche che non sprechi energie inutilmente, ma che ne faccia tesoro, insieme alla mia esperienza, per andare avanti nella mia vita”. Lo vedo subito più rilassato, infatti mi dice che ora sente quella situazione come neutra. Dopo la frase di rilascio gli fornisco una mia lettura di quella sua allergia così specifica: in quelle circostanze aveva trattenuto la protesta e il pianto, per non perdere la relazione con il padre, per fare il “bravo” e non dargli ulteriori problemi o non essere visto lui come un peso o un fastidio. L’allergia gli consentiva di esprimere il malessere e di “piangere” fisicamente, ma senza entrare in conflitto con lui. Si dice d’accordo con me su questa interpretazione e aggiunge: “Mi sento leggero, so di avere risolto un problema”.

Nei giorni seguenti al trattamento so che ha avuto di nuovo contatti con il cane nero che giorni prima gli aveva dato sintomi piuttosto acuti, ma stavolta non si sono presentati.

Maria Grazia Parisi

Maria Grazia Parisi

Medico psicoterapeuta, ideatrice del metodo FastReset.
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